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Scena 3



 



 



 



 



 



 


La luce, già. Ma non c’era un sole a produrre quella luce, come non c’erano nubi a far da sorgente ai fulmini silenziosi che saltuariamente solcavano l’aria, quell’aria di inumana perfezione. Potevano dedurre l’aspetto esteriore della torre da descrizioni pomposamente elusive. Aguzzando lo sguardo in basso, oltre le vetrate, abbracciavano solamente una perenne foschia azzurrina a velare le fondamenta ramificate della costruzione. Eppure non le sfiorava l’idea di tentare la sorte infrangendo il vetro e tuffandosi nella nebbia. Appagate della propria pervasiva malinconia, sottratte a qualsiasi pena, le principesse aspettavano nella stanza blu, sognando qualcosa di indefinito al di là della pianura di niente che era tutto il mondo conosciuto fuori dal loro eremo. Ogni tanto nella pianura bianca appariva una luce gialla, e iniziavano a congetturare: sarà un fuoco, un bivacco sul cammino per i coraggiosi che si avventurano sulle strade invisibili della radura interna, là dove le cose si fanno luce e scompaiono agli occhi in un lampo di inaudito splendore. Allora più che mai desideravano il cielo in uno sguardo blu, sfuggente come il pensiero. Si sentivano, avrebbe detto uno scrittore ipotetico, “come una tenda sospesa a una finestra altissima e che ondeggi tra il vuoto e la stanza”. Ma più in generale le coglieva come una paralisi dell’immaginazione. Tutto ciò che era consentito loro di sognare, nel sonno delle lunghe notti, e subito dimenticare, era di essere i geocrati che, mentre esplorano le cime della cordigliera, scorgono in lontananza una torre blu, ma nella sfocata percezione della distanza la prendono per un miraggio, e la cancellano dalla mente.Per lenire la noia dolcissima scrivevano versi, la cui inevitabile povertà di temi ruotava intorno a pochi termini variati in infinite combinazioni.


Triste è la principessa dalla pelle incavata
Lo scheletro del regno sotto la torre giace
E sempre, dalle ogive della torre isolata,
L’immensa luce di un bianco nivale.


Rari avvenimenti segnavano lo scorrere placido di Visibili e Obliate. A ogni rivoluzione degli astri ulteriori cantavano, in strane (strane, sì, ma senza possibile metro di paragone) modalità, le pieghe dei panneggi immote, proiettando contro le vetrate i loro vocalizzi, portati in circolo da echi cadenzati. Cadendo in una specie di deliquio modulavano frasi in lingue sconosciute, come sibille inconscie, ignare dei messaggi che le trapassavano, condensati in fiato freddo e parole d’oro sulle schiene sottili, parole che scomparivano appena pronunciate. Parole soavi come un avvertimento che non potevano comprendere: “tu, in morte, viva”. Non si deve credere che non si interrogassero sulla loro condizione. Ma tutta la loro filosofia e religione e disciplina si adeguava al racconto della creazione secondo gli Annali. Rimanevano con commovente pervicacia fedeli alla favola del carceriere occulto che le tiene rinchiuse per proteggerle da Ciò che non si sa, uniche sopravvissute a Ciò di cui non si parla. Ormai relegavano in angoli lontani della coscienza certe parole: uscire, domandare, conoscere. Solo, non c’era angoscia nei loro volti e mani e ombre, ma la calma rassegnazione del salice perennemente chinato sul proprio riflesso tremolante.Così passavano i Visibili e le Obliate, in fasce e fasce sempre uguali e indistinguibili. E quando già fili d’argento fluttuanti nel blu si toglievano l’un l’altra dai capelli, al sorgere di un nuovo Visibile, svegliandosi, trovarono al centro della stanza un contenitore ovale. Le dita esatte tentarono i bordi dell’oggetto a scoprirne l’apertura, che avvenne con uno scatto tenue e senza suono. Dentro celava le sue magie una lastra sottile, opaca da un lato, dall’altro ricoperta da un vetro in cui le recluse, con meraviglia, incontrarono con gli occhi il loro stesso volto. E si passavano l’un l’altra quello che non sapevano chiamare specchio, misurando la distanza tra la propria immagine e l’apparenza delle compagne intorno a loro, rapite.

Pubblicato il 23/9/2004 alle 16.24 nella rubrica La torre blu.

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