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Uno stanco ritorno

 

“È lui, è arrivato.”

“Ha riportato i fratelli McGovern”, urla il vecchio Senior, alzandosi di colpo dalla sedia sulla quale rimane incollato tutto il giorno ad osservare chiunque passi per la strada, l’unica di tutto il paese, o meglio la piccola città, a potersi fregiare di tale denominazione.

Small Big City; questo è il nome del mucchio di case sulla collina, e non si sa se debba il suo inattendibile nome all’intuizione di qualche impettito governatore, abituato a prendersi troppo sul serio figurandosi di aver battezzato la nuova futura Capitale, o al genio di qualche incauto ‘padre fondatore’, ‘padre’ chissà di cosa mai, figuriamoci poi ‘fondatore’.

Comunque, al grido di Senior quasi tutta la popolazione di Small Big City si risveglia dal torpore autunnale, abbandonando la propria routine, per uscire fuori in istrada: Rod il barbiere con il rasoio sgocciolante schiuma, il suo cliente ancora imbavagliato, la cassiera troia del negozio di porcellana, gli oggetti più preziosi ed ambiti di tutta la città, Old John il proprietario del saloon, puttaniere incallito, con la sua grande pancia e le sue due giovani, troppo giovani bariste, e le sue puttane, appunto, mete preferite dei pochi forestieri, Estelle, Nancy, Madag, la straniera, e i loro clienti. Quando si dice un uomo tutto casa e lavoro.

 

Nel silenzio polveroso di questo secco pomeriggio poco si vede della sua faccia, controluce e cancellata dalla terra.

Passo dopo passo al ritmo lento e sconsolato di uno stanco cavallo, che da solo si porta a spasso tre persone prive di forza e volontà, il suo volto acquista una sempre opaca fisionomia: sporco di terra, con qualche ombra di lividi, con lo sguardo assente, assente a sé stesso. 

Lo sguardo dei suoi concittadini sembra al contrario ravvivarsi di fronte a tale triste visione: un uomo stanco. Un uomo ferito, con il gilet di pelle scura reso ancor più scuro dal sangue raggrumato di una lacerazione che conta oramai qualche ora di lento dissanguamento.

Soltanto quando il cavallo si infila nel semicerchio vivente della popolazione convenuta, usa le poche forze rimastegli per ripiegarsi sulla sella, senza più fiato, senza più vita.

Anche i fratelli McGovern si inginocchiano privi di forza. Ma temendo ben altra reazione, immaginando invero che le persone lì riunite possano ricondurre la precarie condizioni del loro ex-sceriffo a loro due, assassini di chiara fama.

Per questo rimangono immobili, lasciando solo una fessurina degli occhi per allertarsi in caso di aggressione e violento accanimento.

Chiudono gli occhi ed aspettano.

Aspettando invano, perché il gruppo si scioglie e si divide in tre: uno accoglie tra le braccia unite lo stanco cavaliere, il cadavere di un amleto in stivali da cowboy, sporco di terra e di sangue, con gli occhi chiusi, e non una forza per salutare qualcuno.

Uno accerchia con sguardo punitivo i due fratellacci. L’ultimo si adopera per cercare qualcosa da offrire, acqua, medicine, cibo, al cavaliere moribondo.

Lo sceriffo fa la sua apparizione con un tovagliolo al collo, e la patta aperta. Sazio e svuotato al contempo, si pulisce i baffi con il dorso della mano destra. Abortisce un rutto che, prepotente, sembra uscirgli dagli occhi. Si guarda a destra e a sinistra allontanando, solo col gesto della mano, i moscerini che gli banchettano attorno.

“Che casino questa città di merda!”

 

Pubblicato il 20/12/2006 alle 17.45 nella rubrica Diario.

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