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alfredodegiglio
di-segni e parole in bianco e nero


La torre blu


24 settembre 2004

Scena ultima

Quando poi la luce venne a illuminare il tutto, infiniti raggi incontrarono il vetro riflettente, e infine apparvero: le torri, innumerevoli, da ogni parte dell’orizzonte, ognuna dall’altra separata da una subliminale sfumatura, dall’indaco al violetto; e tutte le principesse di tutte le torri videro ciò che era da vedere, e ognuna si specchiava nelle sue identiche sorelle su tutta la perfetta superficie dell’immensità, leggendo negli occhi di ciascun altra lo stesso strozzato grido d’aiuto.






 



 



 



 




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23 settembre 2004

Scena 3



 



 



 



 



 



 


La luce, già. Ma non c’era un sole a produrre quella luce, come non c’erano nubi a far da sorgente ai fulmini silenziosi che saltuariamente solcavano l’aria, quell’aria di inumana perfezione. Potevano dedurre l’aspetto esteriore della torre da descrizioni pomposamente elusive. Aguzzando lo sguardo in basso, oltre le vetrate, abbracciavano solamente una perenne foschia azzurrina a velare le fondamenta ramificate della costruzione. Eppure non le sfiorava l’idea di tentare la sorte infrangendo il vetro e tuffandosi nella nebbia. Appagate della propria pervasiva malinconia, sottratte a qualsiasi pena, le principesse aspettavano nella stanza blu, sognando qualcosa di indefinito al di là della pianura di niente che era tutto il mondo conosciuto fuori dal loro eremo. Ogni tanto nella pianura bianca appariva una luce gialla, e iniziavano a congetturare: sarà un fuoco, un bivacco sul cammino per i coraggiosi che si avventurano sulle strade invisibili della radura interna, là dove le cose si fanno luce e scompaiono agli occhi in un lampo di inaudito splendore. Allora più che mai desideravano il cielo in uno sguardo blu, sfuggente come il pensiero. Si sentivano, avrebbe detto uno scrittore ipotetico, “come una tenda sospesa a una finestra altissima e che ondeggi tra il vuoto e la stanza”. Ma più in generale le coglieva come una paralisi dell’immaginazione. Tutto ciò che era consentito loro di sognare, nel sonno delle lunghe notti, e subito dimenticare, era di essere i geocrati che, mentre esplorano le cime della cordigliera, scorgono in lontananza una torre blu, ma nella sfocata percezione della distanza la prendono per un miraggio, e la cancellano dalla mente.Per lenire la noia dolcissima scrivevano versi, la cui inevitabile povertà di temi ruotava intorno a pochi termini variati in infinite combinazioni.


Triste è la principessa dalla pelle incavata
Lo scheletro del regno sotto la torre giace
E sempre, dalle ogive della torre isolata,
L’immensa luce di un bianco nivale.


Rari avvenimenti segnavano lo scorrere placido di Visibili e Obliate. A ogni rivoluzione degli astri ulteriori cantavano, in strane (strane, sì, ma senza possibile metro di paragone) modalità, le pieghe dei panneggi immote, proiettando contro le vetrate i loro vocalizzi, portati in circolo da echi cadenzati. Cadendo in una specie di deliquio modulavano frasi in lingue sconosciute, come sibille inconscie, ignare dei messaggi che le trapassavano, condensati in fiato freddo e parole d’oro sulle schiene sottili, parole che scomparivano appena pronunciate. Parole soavi come un avvertimento che non potevano comprendere: “tu, in morte, viva”. Non si deve credere che non si interrogassero sulla loro condizione. Ma tutta la loro filosofia e religione e disciplina si adeguava al racconto della creazione secondo gli Annali. Rimanevano con commovente pervicacia fedeli alla favola del carceriere occulto che le tiene rinchiuse per proteggerle da Ciò che non si sa, uniche sopravvissute a Ciò di cui non si parla. Ormai relegavano in angoli lontani della coscienza certe parole: uscire, domandare, conoscere. Solo, non c’era angoscia nei loro volti e mani e ombre, ma la calma rassegnazione del salice perennemente chinato sul proprio riflesso tremolante.Così passavano i Visibili e le Obliate, in fasce e fasce sempre uguali e indistinguibili. E quando già fili d’argento fluttuanti nel blu si toglievano l’un l’altra dai capelli, al sorgere di un nuovo Visibile, svegliandosi, trovarono al centro della stanza un contenitore ovale. Le dita esatte tentarono i bordi dell’oggetto a scoprirne l’apertura, che avvenne con uno scatto tenue e senza suono. Dentro celava le sue magie una lastra sottile, opaca da un lato, dall’altro ricoperta da un vetro in cui le recluse, con meraviglia, incontrarono con gli occhi il loro stesso volto. E si passavano l’un l’altra quello che non sapevano chiamare specchio, misurando la distanza tra la propria immagine e l’apparenza delle compagne intorno a loro, rapite.




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17 settembre 2004

Scena 2






 




 




 

 
Ci sono dei libri sui leggii sparsi qua e là con armonia febbrile: La scienza delle fate di Alones, Viaggio sulla cordigliera orizzontale. Ma non avevano mai visto fate, né scorte all’orizzonte le cime livellate percorse dalla spedizione Targand, incaricata di studiare le articolazioni geogratriche del Luogo, e di stabilire direzioni, altezze, profondità in un mondo piatto allo sguardo, dove né astri né venti di luce potevano aiutare a conferire una dimensione misurabile allo spazio e al tempo. Le prigioniere si domandavano se all’esterno, sotto di loro, avessero fatto tesoro delle indicazioni della spedizione. Se solo loro fossero cioè ora in quella situazione di totale estraneità, di esilio senza fine, o se tutti gli altri fossero ripiombati nella dimenticanza. Non lo sapevano, perché non avevano mai visto gli altri, gli Esterni, e ormai giungevano addirittura a dubitare della loro esistenza, non fosse stato per un indizio inequivocabile: i fiori di sabbia lucente che all’alba di ogni nuovo Visibile comparivano – spiegandosi le ali dei loro occhi – al centro esatto della stanza. Ciò che per prima cosa i loro occhi al risveglio scorgevano, era l’antico mosaico sulla volta della stanza. Illustrava la famosa storia dell’arciere azzurro e del fido taglialegna Urgond, uniti nell’impresa di liberare una principessa dai capelli biondi come il grano maturo, prigioniera nel suo muto castello. Fermava il momento in cui i capelli della principessa guizzavano nel vento di tempesta assumendo la stessa aguzza conformazione dei fulmini che abbattevano la torre carceraria. Ne discutevano spesso, formulando ipotesi destinate a non poter mai avere verifica. Fantasticavano su ciò che avrebbero fatto se avessero un giorno lasciato la torre. L’idea era affascinante e paurosa al tempo, non sapendo come potessero essere i fondamenti di una vita diversa da quella. Già ciò che si celava negli altri piani della torre era argomento misterioso quant’altri mai, e avrebbero solo potuto supporre scale e contorti corridoi che conducessero giù alle grotte risonanti nel buio, di cui avevano letto negli annali dei Primi Costruttori, particolarmente accurati nella descrizione della loro formazione al tempo del Ghiaccio che ride. Ma già le idee di corridoio e scala erano fuori dalla portata cognitiva delle principesse blu, per il semplice motivo che mai l’avevano veduti. Conservavano pertanto una vaga consapevolezza di questi luoghi oscuri che si celavano sotto di loro, e che loro, abituate alla stanza enorme ed esposta da ogni punto del cerchio alla luce, non avrebbero mai avuto il coraggio di sfidare.




 






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15 settembre 2004

Scena 1

























La TORRE Blu
di
Helen Hammill

Illustrazioni di
adg

2004
“Nasce l’uccello,
e con quegli ornamenti che gli danno una suprema bellezza,
appena è un fiore di piume o un mazzo alato di colori,
rende velocemente gli eterei spazi, sottraendosi al pio nido che abbandona sereno;
e io, che ho più anima, ho minore libertà?”
La vita è sogno, I, 2

Le prigioniere scrutavano il vuoto in lontananza, chiedendosi se avesse mai fine. Avessero posseduto le parole adatte, si sarebbero domandate se vi fosse da qualche parte un ostacolo, un angolo acuto, una forma anomala a spezzare la monotonia della distesa sotto di loro, immensa, tesa ai confini dello sguardo. La vista delle prigioniere era oltremodo sviluppata, essendo loro occupazione principale quella di sforzare quanto più possibile gli occhi alla ricerca di un segnale qualunque diverso dal quieto e mortale stendersi dello spazio piatto. Il cannocchiale che usavano un tempo giaceva inutilizzato da quando, svegliandosi una volta dal loro sonno blu alla luce senza sole di un altro giorno Visibile, lo avevano trovato col cristallo di Dangran incrinato e ormai inservibile. Cosa mai poteva aver provocato questo disastro, non era loro facoltà di comprendere. Chi mai, nel blu perfetto della notte Obliata poteva fluttuare fuso nell’aria all’altezza inimmaginabile della torre e infrangere la lente che Shadrel in persona aveva recuperato sul fondo del lago inferiore, quel lago formato (secondo quanto riferiva l’ignoto cronista negli Annali di superficie) dalla concrezione del pianto antico delle rocce per la morte dei guerrieri purpurei? Forse era stato il becco ricurvo di un’aquila, ma le prigioniere non sapevano cosa fosse un’aquila, né contemplavano i concetti di ali, volo, uccello.Le prigioniere vivono in una stanza blu dentro una torre blu in mezzo al nulla. Una ininterrotta vetrata di immacolata trasparenza gira tutto intorno alla stanza.




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